Sito denuclearizzato

sabato, 09 febbraio 2008

Into the wild

an aesthetic voyager


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whose home is the road
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Non è una banalità, per parte mia, se affermo che il nuovo film di Sean Penn è probabilmente il più bel film
che abbia mai visto finora.
Ho dovuto convincere per parecchi giorni un po' di amici a venire a vederlo, alla fine la "congiuntura" è avvenuta di giovedì, al Santa Lucia, incredibilmente l'unico cinema di Lecce che ha proiettato questa intensa pellicola, per altro in una sala per pochi intimi.

Il personaggio su cui è basata la vicenda, Christopher McCandless, è realmente esistito e questo film è la trasposizione cinematografica del libro che ne racconta la  straodinaria esperienza ("Nelle terre selvagge" di Jon Krakauer,ed. Il Corbaccio).
Il neolaureato Chris è un vulcano di sentimenti  e di citazioni letterarie, da Byron a Thoreau e ancora London, Tolstoj e Pasternak.
E' inevitabile che la sua purezza lo renda insofferente verso quel sistema del quale si appresta a divenire
un supino subalterno, senza contare la rabbia che la sua storia personale ha scavato in lui nei suoi
più remoti -e selvaggi- pensieri.
Dopo aver donato tutti i suoi soldi ad un'associazione benefica, Chris parte con la sua macchina scassata in giro per gli Usa finché, appiedato, non "rinascerà" sotto il nome di Alexander Supertramp.
Sui suoi trampoli, dunque, vagabonderà per due anni, attraverso meravigliose avventure ed incontri straordinari, finché, sulla falsariga di Thoreau, non deciderà di vivere la sua ascetica esperienza in Alaska allo scopo di raggiungere la saggezza: "la battaglia finale per uccidere il falso sé interiore e concludere trionfalmente la rivoluzione spirituale".

Vi è un incanto nei boschi senza sentiero
Vi è un'estasi sulla spiaggia solitaria
Vi è un asilo dove nessun importuno penetra
In riva all'acque del mare profondo
E vi è un'armonia nel frangersi delle onde
Non amo meno gli uomini ma più la natura
                                                              Lord Byron




Freedom è una parola da pesare ed impugnare anche contro i termini (stretti) di famiglia, società,religione,controllo,prudenza: è questa la convinzione di partenza di Alex, che riuscirà nei suoi scritti
a vincere la paura, la solitudine, la rabbia e a perdonare, concludendo che nessuna esperienza vale la pena di essere vissuta senza condivisione.
Verità ultima cui arriverà attraverso l'ottimo consiglio di Pasternak, quello di chiamare le cose con il proprio
nome, dunque Alex ritornerà Chris, il cerchio si chiude, l'emozione ed il messaggio arriva vitale allo spettatore/attore di ogni spettacolo.

Più della grande e spesso scherzosa regia, più delle calde musiche di Vedder, voce dei Pearl Jeam, sono stato colto sul vivo dai fortissimi temi affrontati, dalla spiritualità del personaggio, dal suo candore persino di fronte all'amore. A guardarlo saltellare sui tronchi spezzati sembra di trovarsi di fronte alla ferinità innocente del Mowgli di Kipling.
Questo film è in fondo un prodotto magistralmente confezionato, ma questo aspetto passa in secondo piano se la speranza è che parli con la sua forza profonda alla confusa precarietà della nostra condizione.
Umana, in primo luogo, per questo tesa alla profondità.