All'indomani del referendum che respingeva l'abrogazione della legge sul divorzio, primo gradino di una rivoluzione mica tanto silenziosa dei costumi italiani che di lì a poco sarebbero approdati all'aborto volontario, Pasolini realizzava l'ennesima pagina corsara, ancora estremamente attuale, a più di trent'anni dalla sua formulazione: tra i pochi intellettuali di sinistra schierati contro quel cambiamento epocale, ebbe l'onestà di leggere nel modo più sensato quel risultato che il Pc interpretava come una grande vittoria dell'ideologia di partito sul clericalismo della Dc fanfaniana.
I valori degli italiani stavano decisamente sfumando nel riflusso, ripiegandosi sull'edonismo consumista.
L'idea dell'estensione del benessere, dunque dei diritti personali, stava assomigliando sempre più ad un tritacarne relativista. Relativista nel modo meno intelligente, portando in seno la dissoluta "libertà del sé", che altro non è che l'asservimento al feticcio, l'affronto diretto del tabù, che genera superficiali conclusioni.
Così ora il divorzio è doveroso, guai se no, e la 194 è necessaria, è una pietra miliare dell'emanicpazione.
Emancipazione di una società da sé stessa.
E guai se così non fosse, perché dinamiche complesse all'orizzonte designano la sua eventuale abrogazione come una china dalla quale non si risalirebbe più.
Giusto difenderla, dunque.
Perché ancora una volta la strumentalizzazione è politica, ammicca al Vaticano che governerà con Veltrusconi, mira ad ottenere i consensi di una lobby sempre più radicale e potente.
Non se ne discute nemmeno di tarare la bilancia del dibattito su qualcosa lontanamente simile a quanto scritto da Pasolini 34 anni fa.
Come dire: ormai al largo, si resti a galla.